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[Minimo Pratico] La necessità della pratica

Il “Minimo Teorico” era un esame di matematica che Lev Landau, “il fisico che visse due volte”, amministrava a aspiranti studenti contenente il livello minimo di matematica reputato necessario per studiare fisica con lui. Il livello era notoriamente elevatissimo, tantè che in 30 anni solo in 43, su centinaia di applicanti, riuscirono a superare la prova.

Questo sarà un “Minimo Pratico”, per filosofi e pensatori. Sperando di andare oltre questo articolo che giustifica se stesso ;), proverò a fornire una minima base di partenza sulla realtà fisica. Un minimo che reputo necessario per poter parlare di teoria e filosofia su argomenti relativi, ben più modesto e limitato rispetto alle richieste del leggendario Dau.

La filosofia ha base sulla realtà sensibile, poichè il nostro pensiero si sviluppa in modo analogico rispetto ad essa. Quindi sebbene la pretesa è farne un’attività di puro pensiero, difficile realizzare le sue basi senza avere accesso, e partendo da, la realtà. Ad esempio ci interroghiamo da secoli sulla natura filosofica della casualità perchè la percepiamo in natura, giochiamo a carte e ne abbiamo una mondana consapevolezza, prima di averne avuto una rigorosa definizione.

La fisica, e la scienza più in generale, formalizza tale consapevolezza mondana fino a farne rigorosa conoscenza. In quanto estensione della nostra conoscenza sulla realtà sensibile la conoscenza delle asserzioni scientifiche è un prerequisito per qualsiasi ragionamento filosofico sensato su argomenti ad esso correlati. Non che manchi consapevolezza presso la comunità filosofica dell’esigenza di un lavoro adeso alle frontiere scientifiche: moltissimi sono gli articoli che vanno ad esplorare le proprietà filosofiche relative ad ogni singola asserzione scientifica (qui una review).

Partendo da assunti astratti di base, solitamente di tipo logico, dedurre via via in un approccio prettamente meta (oltre)-fisico e pretendere così di fare asserzioni assolute sulla realtà, senza prima declinare tali assunti in conseguenze di tipo fisico, il cosiddetto approccio apodittico, non è un programma filosofico sensibile. E' necessario un contatto con ciò che già conosciamo della realtà, per poter verificare la veridicità di premesse che, se non vincolate, sarebbero arbitrariamente sterminate ed eventualmente contradditorie fra diversi modelli.

Parte I

Nel caso si nutrissero ancora dubbi sull’impossibilità di un approccio puramente apodittico al reale si possono considerare infiniti riferimenti filosofici, da Husserl al diammetralmente opposto Derrida (il cui strutturalismo è uno schiaffo in faccia al concetto stesso di filosofia apodittica), la parte esclusivamente deduttiva è vista come passaggio fondamentale ma tutt’altro che esaustivo dato che “[…] l’universo di ciò che è puramente apodittico attraverso la sua applicazione al mondo fattuale […] (determina) l’analogo di una scienza naturale, una filosofia universale razionale, una della conoscenza razionale del mondo effettivo” (E. Husserl, La crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale). L’universo apodittico in se è inutile, deve essere applicato alla realtà e subirne il vaglio.

L’autoconsistenza perfetta, una teoria completamente apodittica che non necessiti di alcuna induzione dalla realtà alla teoria, è quindi necessariamente sinonimo di _completa inutilità, _ovvero una teoria perfettamente consistente in se ma senza alcun modo di inferire alcunchè al di fuori di se stessa, in quanto priva di qualsiasi collegamento al di fuori di se stessa, in qual caso, il reale. Una aporia, nel senso classico di “mancare una via”, “un buco”, “un poro” dall’interno di una teoria verso l’esterno e quindi viceversa.

D’altronde il gran numero di teorie logico-matematiche (matematica che altro non è la più generale formulazione possibile di una teoria apodittica, dove si definisce il linguaggio e ogni assunto in modo completamente arbitrario) e filosofie (che altro non sono, finchè non ricondotte alla realtà sensibile, una particolare forma di teoria apodittica, dove si assume la lingua corrente come linguaggio) presenti ci dimostra che, apoditticamente, partendo da un qualsiasi set di assunti/assiomi/premesse sufficientemente completo è possibile dedurre un set di deduzioni/teoremi/conseguenze costruendo quindi diverse teorie a seconda degli assunti, anche contraddittorie fra loro, tuttavia apoditticamente perfettamente consistenti in se stesse.
Ad esempio sia la geometria Euclidea che la geometria ellittica sono apoditticamente perfettamente consistenti in esse, essendo dedotte entrambe in modo rigoroso anche se partendo da differenti assiomi. Ne consegue che le due geometrie saranno fra loro non compatibili, ad esempio un triangolo in geometria Euclidea ha somma di lati sempre uguale a 180°, in geometria ellittica invece la proposizione è più flessibile e la somma è sempre maggiore uguale a 180°.

In generale per ogni teoria apodittica A in cui è presente la preposizione B come vera, è possibile costruire almeno una teoria A' in cui B è falsa.
E' quindi unicamente l’applicazione al “mondo fattuale”, uscendo dall’apodittica, a determinare se e quando A è una buona teoria che ben descrive la realtà.

Nel nostro esempio ad esempio il “programma di Husserl” (e lo strutturalismo di Derrida in modo analogo) prevede innanzitutto la costruzione di un “universo apodittico”, ovvero di tutte le possibili teorie apodittiche A, A'…etc…, ovvero geometria piana/Euclidea, iperbolica, ellittica…etc… Attraverso la loro “applicazione al mondo fattuale” si può verificare, seguendone le deduzioni, quale teoria si adatti meglio alla realtà. Ovvero si può misurare sulla Terra gli angoli relativi a triangoli di dimensione crescente, a seconda della somma degli angoli si può quindi dedurre se la geometria da applicare alla Terra è quella piana, iperbolica o ellittica, scoprendo quindi che la Terra è rotonda! (Problema: un orso viaggia un miglio a sud, uno a ovest, e uno a nord e si ritrova al punto di partenza. Di che colore è l’orso?).

Fra l’altro, e questo accenno sarebbe per un eventuale “minimo teorico”, si noti che la definizione degli assiomi da cui dedurre il resto della teoria A non è necessariamente univoco, e quindi B può essere tanto una deduzione come una premessa.

Poi non è così facile nella pratica mantenere viva questa visione programmatica (motivo per cui sono più vicino allo strutturalismo), ma questo è un altro blog post

Parte II

In realtà poi, perfino sperare che una teoria basata su un linguaggio naturale possa essere perfettamente apodittica è una ingenua illusione. Infatti il linguaggio naturale è stato plasmato innanzitutto dall’evoluzione, che ha determinato la forma elaborativa dei nostri pensieri sulla base di una interpretazione della realtà a noi confacente, cioè mediata attraverso gli organi di senso e finalizzata all'orientamento spaziale e al movimento. Una teoria matematica potrebbe trascendere questo limite in quanto diversi assunti e procedimenti che non sono interpretabili dal linguaggio naturale sono permessi.

In secondo luogo il linguaggio è stato creato per descrivere la realtà che riceviamo e interpretiamo tramite gli organi di senso, necessariamente limitati rispetto a ciò che ora conosciamo del mondo, e successivamente si è evoluto per delineare i rapporti sociali. Il rigore logico all’interno del linguaggio è arrivato unicamente in un terzo, molto distante, momento. Si conosce l’evoluzione delle forme logiche nel linguaggio, che si sono evolute fra il codice di Ur-Nammu (2100 a.C. circa) e quello di Hammurabi (1750 a.C. circa) e che prima erano completamente non formalizzate ma solo implicite nella lingua (il significato di se … allora, la differenza fra necessario e sufficiente…etc…) e le cui forme si sono linguisticamente evolute almeno fino al contributo dei filosofici Greci! Questo solo per un tipo particolare di logica, sempre conseguente ai nostri sensi, e fra l’altro originariamente vincolato all’aspetto giuridico della società (appunto). Quindi questa particolare forma logica non esaurisce quelle formalizzabili (quindi in se si pone in un sottoinsieme dell’universo delle possibili forme di apodittica) e a priori non ha alcuna garanzia di esaurire quelle verificabili in realtà.

D’altro canto è proprio grazie a questi vincoli che la filosofia ha ed ebbe enorme successo nel formalizzare anche “apoditticamente” le entità naturali. Conseguentemente all’origine del linguaggio naturale, qualsiasi formulazione teorica che lo utilizzi non può dirsi _perfettamente apodittica _in se, in quanto contenente già nel linguaggio, e le sue regole, il “passaggio” che collega tale formulazione alla realtà.

Ma questo ponte, in quanto implicito e non formale in se, non può dirsi sufficiente per un approccio rigoroso alla natura filosofica della realtà. Ecco quindi che, nel caso in cui non ci si voglia limitare a costruire (malamente) “una delle possibili” teorie apodittiche all’interno di un “universo di ciò che è puramente apodittico”, diventa **necessario **considerare la “pratica”, ovvero l' “induzione” a partire dal reale e la “deduzione verificabile” sul reale nel modo più rigoroso e formalizzato possibile.

Ecco quindi che la considerazione della scienza, in quanto formulazione rigorosa ed estesa  diventa fondamentale e necessaria nella prassi filosofica che non si voglia definire (errando) “puramente apodittica”, quindi anche “aporica”, ovvero assolutamente consistente ma che nulla può dire a proposito della realtà e degli enti che la popolano.

Comments

Comment by Andrea on 2014-12-09 10:19:23 +0000

Da una discussione con Aaron:

  • Il fatto è che non sono convintissimo che le teorie filosofiche debbano regolarsi strettamente sulle teorie fisiche, perché è rischioso. Ed alcune teorie non ne hanno nemmeno bisogno, che debbano tenere conto dei “fatti” certamente, il punto è che è difficile individuare precisamente i “fatti” in certi ambiti.
    Quanto al rischio, basti pensare allo stretto legame di alcune teorie kantiane con le teorie geometriche e la visione del tempo/spazio di Newton e, ovviamente, tali teorie kantiane sono cadute con il cadere delle teorie newtoniane."

  • Pech! E' il rischio di dire qualcosa, anziche' nulla. Se poi non ci si vuole legare alla scienza, e fare un po' i filosofi-poeti, va benissimo… ma non si spacci questo per metafisica, epistemologia, e affini…
    Che sia rischioso e' ovvio, e' rischioso prendere una posizione, dire “qualcosa” che sia “qualcosa” e non un fumo che puo' essere rigirato a piacere a seconda di come tira il vento…
    dalle mie parti, seguendo quel figo pazzesco di Pauli, “Non e' neppure sbagliata” e' il peggiore insulto possibile a una teoria"

-Cmq non è l’unica alternativa, non è che ci si riferisce a teorie fisiche o nonsenso, non tutto ha un diretto referente in una teoria fisica. Dipende di cosa si vuole parlare. Non tutto è riducibile ad un criterio buono per le scienze dure, proprio per linea di principio.

  • E allora va da se che tale teoria filosofica, non riconducibile alle scienze dure, sara' tutt’altro che completa, proprio per linea di principio. Comunque nell’articolo la fisica e' una postilla, anche se non si riferisce alle scienze, ma a qualcosa come la storia, o la psicologia, devi comunque vedere se da risultati nonsense o no. A un certo punto devi fare il jump.
    Parti con verita' “a priori” assolute, 1+1 = 2. E arrivi a dire “chi e' schizofrenico ha o non ha due personalita' distinte che vivono dentro lo stesso corpo”, questo e' verificabile, anche se in modo soft.
    1+1 = 2, in quanto apodittico, e' una tua definizione che, in quanto tale, non ha ancora alcun collegamento con la realta'. Puoi partire anche con 1+1 = 3.

  • guarda il punto è “confronto con la realtà empirica” =/= riconducibile ad una teoria delle scienze dure

  • ma son d’accordo! Le scienze dure guardano la realtà da un preciso punto di vista che è in fondo limitante.
    Cmq nell’articolo parlo per il 99.9% del tempo di “confronto con la realta'”, che non significa fisica o scienza. La fisica e' solo il modo piu' rigoroso di farlo, applicabile nel qual caso uno abbia una teoria COMPLETA che, in quanto completa, per forza deve includere la fisica.
    E allora prima di vedere la psicologia, la morale, o pure peggio la storia andiamo a vedere la Fisica che forse ci da una risposta piu' secca.

Comment by minstrel on 2014-12-11 11:01:50 +0000

C’è l’inizio che non capisco: parlare di “fatti”, di “reale”, di “percezione”, di “comprensione” è fare filosofia con una metafisica implicita. Cosa si intende per “fatto”? Esiste il “reale”? E' esterno al pensiero che lo “percepisce”? E' “comprensibile” almeno in parte? E perché si? E perché no?
Mettere in luce per sé stessi quale sia la propria metafisica è forse fare aporia?

Alla stessa stregua allora ogni epistemologia, che è studio e conoscenza precedenti lo statuto della fisica come scienza e la scienza se ne serve, è infalsificabile dalla fisica quindi non dovrebbe dire nulla della fisica.
Infatti nulla dice sulla fisica in sé, ma dice tutto sui preamboli per i quali si fa fisica.
Questo che si sia filosoficamente riduzionisti che tomisti.
La differenza è che il riduzionismo oramai è demolito per palese inconsistenza in filosofia (a mio umile dire) mentre il tomismo (fra gli altri) sta rinascendo.
In sede scientifica è funzionale e utile? Bene, usatelo ma consapevolmente se possibile.

Spero di aver tempo di seguire la disputa. 🙂

Comment by minstrel on 2014-12-11 11:32:07 +0000

La tua risposta a Aaron chiarisce alcuni aspetti, o meglio - mi permetto - chiarisce quel che andavo dicendo poc’anzi.

“non si spacci questo per metafisica, epistemologia, e affini”
Dunque è possibile fare metafisica? Ma cosa è questa metafisica per te? E l’epistemologia? Dovrebbe quest’ultima chiedersi cosa sia la conoscenza partendo dalla “conoscenza” del “reale” data dalla fisica? Ma non ti sembra un controsenso chiedersi cosa sia la conoscenza in generale presupponendo che la fisica conosca? E per altro conosca “la realtà” (o parte di essa) e pertanto presupponendo l’esistenza stessa degli enti e che questi abbiano solo e soltanto le caratteristiche misurabili dalla fisica. Boh, davvero a me sembra una pura distorsione contradditoria che si cannibalizza da sé.

“e’ rischioso prendere una posizione, dire “qualcosa” che sia “qualcosa” e non un fumo che puo’ essere rigirato a piacere a seconda di come tira il vento”
Parlo per me che mi spaccio tomista: la metafisica tomista non è mai cambiata, suvvia. Al massimo interpretata da vari interpreti del pensiero di San Tommaso. Ma non è mai cambiato rispetto “a come tira il vento”.

“non è che ci si riferisce a teorie fisiche o nonsenso”
Eeeesatto, anche perché vorrei far notare che definire “il senso” (di una proposizione, di una conoscenza, del reale - leggasi telos -, del nulla stesso come pseudo-concetto) è filosofia.

“E allora va da se che tale teoria filosofica, non riconducibile alle scienze dure, sara’ tutt’altro che completa, proprio per linea di principio.”
E infatti il tomismo interpreta meravigliosamente gli studi sull’evoluzione (Artigas), quelli sulla mente (Carrara), antropologia (Basti), neurofisiologia (Eccles) and so on fino naturalmente - come ben sai - a parlare della quantistica (cfr. Piròn e Smith per quest’ultimo caso).

Sto leggendo, neanche a farlo apposta, il fisico fiorentino Tito Arecchi ne “Dio e la natura” (2001) edito da Armando Editore in un suo saggio intitolato: “La semiofisica: fondazione ontologica della scienza”, davvero interessante.

Comment by Andrea on 2014-12-12 09:42:36 +0000

“Ma non ti sembra un controsenso chiedersi cosa sia la conoscenza in generale presupponendo che la fisica conosca?”

Ho parlato sopra come non sia possibile non avere presupposti realisti, espliciti o impliciti. L’apodittica in se non porta da nessuna parte ed il vero controsenso e' credere che dei tuoi presupposti completamente arbitrari “conoscano”, in se, qualunque essi siano.

Poi non so come mai hai iniziato a menarla col tomismo, non ho mai parlato di tomismo ne' di nessuna filosofia in particolare, ho solo enunciato un principio valido e dimostrato da diverso tempo ormai su un prerequisito per avere una teoria della realta'.

Ovvero che non e' possibile pensare di poter avere un punto di partenza univoco.

Questo e' il motivo principale per cui un certo tipo di tomismo (sono convinto che non tutto il “tomismo” sia cosi' come lo dipingi in questo rispetto) non riesco a digerirlo, perche' i presupposti medioevali di una “scala dei saperi” sono venuti a crollare. Non ha proprio piu' senso fare un’affermazione utilizzando il linguaggio credendo che essa sia apodittica, e quindi assoluta, in se e per se.
Perche' e' stato dimostrato cio' che dico nella Parte 1 ed e' stato verificato cio' che dico nella Parte 2.
La struttura di assiomi di partenza e' completamente arbitraria, e questo e' oramai banale.

Ad esempio Parti definendo le quattro cause, va benissimo. E da li' “scendi” fino a parlare di tutto il resto della realta', ivi compresa fisica, evoluzione, mente, antropologia…etc… Ma quelle quattro cause sono solo un modello fra tanti, non un assoluto, perche' allo stesso modo in cui aristotele e' partito dalle ipotesi A, io posso partire dalle ipotesi B che hanno la stessa identica validita'. Nel caso uno dei due modelli fosse estremamente piu' elegante e predittivo, allora certo, ma cosi' non e', mi spiace.

Inoltre, anche solo partire con le quattro cause, o con qualsiasi altra cosa utilizzi il linguaggio, ha una infinita' di presupposti impliciti riguardo al fatto che e' il tuo cervello, quindi il tuo linguaggio, la tua biologia, a fare un’asserzione, quindi non e' “a-priori” e “assoluto” proprio per niente.

Se vogliamo per questi due motivi uno degli assiomi della metafisica di aristotele, la definizione di filosofia “scienza prima” e' stata formalmente e sperimentalmente falsificata, non esiste una “scienza prima”, oppure esistono diverse “scienze prime” a seconda di come la vuoi mettere.

Questo non invalida tutto il resto. Ad esempio, che esso fornisca solidi appigli alla realta' (anche se quelli alla quantistica li trovo, come ben so, personalmente ben poco soddisfacenti e quelli sull’evoluzione facilmente fraintendibili cf. enzopennetta e uccr) ci mancherebbe. Appunto e' una teoria completa, e' una teoria di lungo corso, e' una teoria di successo, e quindi in se ravvede l’ESIGENZA di fornire una interpretazione che non sia contriddittoria con cio' che sappiamo della realta', scienza in primis.

E questa e' un’ESIGENZA di una teoria filosofica completa, a cui nessuna teoria puo' esimersi, per i motivi espressi sopra.

Comment by minstrel on 2014-12-12 11:05:03 +0000

Devo tornarci quando ho più tempo, di questo ti chiedo scusa.
Anyway da un punto di vista concettuale non posso certo darti torto. L’uomo non è assoluto ed è “inserito” nel reale, pertanto la sua conoscenza del reale non potrà essere MAI né integrale né assoluta.
Infatti l’aristotelismo-tomista non si dà come realtà della realtà (perdona il gioco di parole), ma propriamente come teoria metafisica che tenta la spiegazione (integralmente impossibile) di alcuni fenomeni apparentemente contradditori (leggasi ad esempio il divenire) del reale (che esiste esternamente ed è comprensibile in parte per senso comune), analizzati sotto l’aspetto propriamente metafisico-filosofico.
C’è una teoria “migliore”? Meglio!
Esiste una interpretazione particolarmente “felice” di tale teoria? Ottimo! Ad esempio sul fronte tomista c’è la versione di Maritain, quella di Fabro e così via fino a quella di Lonergan che a mio avviso potrebbe anche piacerti parecchio. 😉
Ti spero bene!

Comment by Andrea on 2014-12-12 12:33:45 +0000

Spero trovi un tempo minimo per argomentare e magari dare quante fonte.

A proposito del blog, volevo dire che al momento e' moderato perche' avevo forti problemi di bot, motivo per cui ho anche il captcha antispam attivo. Con questo e' migliorato, ma se non da fastidio lo terrei cosi' al momento che la partecipazione e' sporadica, ma se da fastidio ditemelo.

A proposito di me ti mando una mail.

Comment by minstrel on 2015-01-12 22:16:36 +0000

Domani prima risposta sul blog.
http://pellegrininellaverita.com
Grazie per la disputa, mi ha aiutato non poco a riordinare parecchie idee (e a ricominciare a studiare)! 🙂

Per commenti, scrivimi ad andrea (punto) idini (at) gmail (punto) com. Static web, no cookies collected.