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Di che colore è il vestito? (e Carlo Conti?)

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Il vestito della discordia. Di che colore è?

Ogni tanto l’internet impazza e questioni affascinanti, ma risapute da secoli, diventano sensazione nel giro di una serata. Il fenomeno online sul colore del vestito ne è uno splendido esempio e, mentre tutta la rete impazziva alla domanda sui colori del vestito a sinistra, amicizie venivano rotte su nuances di bluetto o bianchino. Parte della risposta è ovvia, l’altra è più complicata ma radicata e ben nota perfino ai pittori del seicento.

Anzitutto, partiamo da quel che è evidente: è una brutta foto, scattata male, e soprattutto con un pessimo bilanciamento del bianco (ci arriveremo dopo). Inoltre, viene spesso visualizzata su schermi mediocri e mal calibrati, adatti a Facebook e non alla fotografia, i quali compensano spazi colore ridotti con saturazioni alle stelle e dai risultati oggettivamente imprevedibili. Un buono schermo è comunque importante (qui una guida all’acquisto, recentemente aggiornata), soprattutto per il vostro confort visivo e oggigiorno schermi IPS costano meno di 150 euro!

Non è infatti detto che uno schermo di bassa qualità sia in grado di visualizzare la sorgente senza perdere informazione, è la disponibilità di “spazio colore” che determina quanto lo schermo sia in grado di riprodurre dell’informazione originaria e quanto è costretto a buttare via. Così che le sfumature di blu scuro virano verso un blu più elettrico e un dorato brillante si spegne verso un ocra. La calibrazione invece fa sì che i colori che ci sono siano visualizzati correttamente, il bianco panna sia bianco panna, quel blu sia esattamente quel blu. La calibrazione è un’operazione delicata e complicatissima, tuttavia in prima approssimazione voi stessi la potete eseguire in 5 minuti (su Win7 e 8, apri il pannello di controllo, cerca “calibra”), magari dopo averla eseguita l’infame vestito vi sembrerà di un diverso colore!

La parte meno ovvia, quella che anche i pittori del seicento hanno dovuto imparare per avvicinarsi al realismo nel dipingere i chiaroscuri, è invece relativa a come l’essere umano percepisce i colori. L’uomo, infatti, non è una macchina, la sua esigenza non è una percezione obiettiva del colore, bensì una costante degli oggetti colorati. Infatti, a seconda delle fonti d’illuminazione (evolutivamente parlando il cielo coperto oppure il sole cocente, in casa possiamo notarlo molto facilmente con diverse lampadine) lo spettro, ovvero il colore, della luce presente in ambiente cambia. E così la luce riflessa dagli oggetti, e così i colori degli oggetti, oggettivamente cambiano. Tuttavia, all’uomo in quanto animale non interessa minimamente questo processo. Egli tende a riconoscere l’arancia in quanto frutto commestibile, indipendentemente da un cielo coperto o sereno, e quindi nella sua percezione soggettiva. Il colore percepito dell’arancia non deve cambiare anche se oggettivamente è quel che accade!

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Famosa illusione della scacchiera d’ombra di Adelson. Non ci crederete mai, ma il quadrato A e B sono della stessa tonalità di grigio (RGB 120:120:120). Esempio di come l’uomo percepisce i colori in modo relativo al contesto.

Per questo motivo l’uomo percepisce i colori in modo relativo, ovvero dipendentemente dal contesto. L’arancione dell’arancia sara' calibrato dal nostro occhio rispetto al verde delle fronde dell’albero, al colore del cielo e del suolo. Il nostro cervello analizza quindi il contesto intero in cui e' situato l’oggetto, lo incrocia coi dati oggettivi che arrivano dalla retina, e determina mostrandoci soggettivamente il colore piu' probabile per quell’oggetto in questo modo qualsiasi sia l’illuminazione, riusciremo a riconoscere un’arancia in quanto tale e non confonderla con altri frutti di altri colori.

Il “bilanciamento del bianco” è l’operazione di calibrazione di monitor e macchine fotografiche che calibra i colori a seconda della sorgente di luce, facendo alcune assunzioni sulla sorgente stessa. E' importante perchè, sebbene l’uomo immerso in un ambiente illuminato da una certa sorgente luminosa, non abbia difficoltà a stabilire i colori in modo relativo al contesto, lo schermo del computer o la fotografia esulano dal contesto originale: sono piazzati in una stanza illuminata diversamente da come era illuminata la scena quando avete preso la fotografia, o da come è illuminata la stanza del grafico web che ha realizzato il sito. Quindi, per assicurarsi che il bianco sia bianco, bisogna calibrare la “temperatura” della sorgente luminosa del monitor. Da notare che ho parlato di singole sorgenti luminose, perchè infatti questa operazione è completamente inaffidabile se ci sono due o più sorgenti luminose di temperatura diversa, e qui arriviamo al mistero del vestito. Nella foto è evidente uno sfondo, con una sorgente luminosa che appare bluette, che però non può essere la fonte della luce sul vestito, probabilmente un flash o un’altra luce. Il bilanciamento del bianco per quella foto quindi è semplicemente infattibile, e dato che non c’è nessun contesto familiare (una persona, un albero, il cielo), a cui il nostro cervello possa agganciarsi, il colore originale del vestito diventa motivo di dibattito in quanto più soggetto alle calibrazioni di sopra più che a una effettiva percezione.

Questo è anche origine di molte illusioni ottiche, ma soprattutto di un eccezionale percorso nella storia dell’arte. E' ad esempio il caso della scacchiera di Adelson a destra, che illustra il concetto di “contesto”, i quadrati A e B, dentro e fuori l’ombra del cilindro hanno in realtà la stessa tonalità di grigio. E' il contesto, a scacchiera e con l’ombra superimposta, che truffa il nostro cervello nello scegliere la “più probabile” tonalità di grigio per A e B, basandosi sul contesto e quindi sbagliando in questo caso.

Di che colore sono i due punti al centro?

Di che colore sono i due punti?

E se per le tonalità di grigio il nostro cervello può essere imbrogliato, figuriamoci per i colori, dove la percezione è ancora più in balia di quei meccanismi evolutivi sopra descritti. Perfino considerando un contesto estremamente semplificato, come la figura a sinistra è difficile che il cervello mantenga una osservazione obiettva senza farsi sviare dalle sue illusioni.

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Cesto di Frutta. Riuscite a far corrispondere i quadrati?

Quando inseriamo un contesto a noi familiare, ad esempio un cesto di frutta, il nostro cervello inizia ad associare al colore altre caratteristiche, di plasticità e forma. Ad esempio nella foto a destra la risoluzione è volutamente bassa, le informazioni di colore e sfumature praticamente annichilite, eppure la frutta nel cesto appare comunque matura e succulenta trasmettendo informazioni sulla condizione della superficie, opacità e struttura tridimensionali di oggetti rappresentati in una scarna immagine bidimensionale. Il nostro cervello compensa dove l’informazione manca, è carente o perfino errata. De-contestualizzando i colori dal loro contesto di frutta diventa infatti impossibile associare quelle caratteristiche di superficie: ho copiato i pixel presenti nei quadrati nell’immagine fuori dall’immagine, riuscite a trovare una corrispondenza?
basket-linesAnche in questo caso non è così banale capire a cosa corrisponde il punto più scuro dell’immagine e il cervello si lascia ancor più facilmente ingannare in presenza della ben nota frutta.

Quando in pittura si è imposto il realismo i pittori hanno quindi imparato rapidamente che l’utilizzo dei colori non corrisponde tanto a un oggettiva scelta del colore sulla superficie dell’oggetto, quanto a un soggettivo accostamento funzionale (consiglio Color and light guide for the realist painter, di James Gurney).

Seurat - Una domenica pomeriggio sull'isola della Grande-Jatte

Seurat - Una domenica pomeriggio sull’isola della Grande-Jatte

Ma la vera maestria nell’uso dei colori si è raggiunta nell'800, con la destrutturalizzazione dell’uso realistico della pittura e lo studio dell’uso trasfigurativo dei colori. Il puntinismo, e i suoi grandi esponenti Signac e Seurat, e poi il neo-impressionismo, fanno uso dei concetti scientifici degli studi sul colore per utilizzarlo come unico elemento pittorico, e lasciare fare al cervello il resto del lavoro nel generare volumi, figure e tratti.

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