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Aung San Suu Kyi e il nuovo volto della democrazia di Myanmar

Photo by Ikunl, freedigitalphotos.net

È un momento di particolare importanza quello che Myanmar sta vivendo. Il partito del Nobel alla Pace, Aung San Suu Kyi, ottiene una schiacciante maggioranza in parlamento e il dissenso popolare al dominio militare ha finalmente una voce.

I risultati non sono ancora stati ufficialmente certificati, ma la notizia di una vittoria da parte della Lega Nazionale per la Democrazia porta una ventata di positiva novità agli alti livelli politici di Myanmar (anche nota come Birmania).

Finalmente, dopo 25 anni di governo militare, vengono effettuate le prime vere elezioni (avvenute Domenica 8 Novembre 2015) e Suu Kyi viene rieletta per occupare la sua vecchia posizione nell’elettorato di Yangon. Venerdì, arriva l’annuncio ufficiale dalla commissione delle elezioni e con esso il quinto anniversario del rilascio di Suu Kyi dagli arresti domiciliari, durati quasi vent’anni.

Ma nonostante la vittoria del suo partito, la leader del famoso movimento democratico non può diventare presidente. Un cambiamento nella costituzione di Myanmar, abbozzato dai militari, previene che qualsiasi straniero possa diventare leader della nazione. A giustificare la sua ineggibilità è la cittadinanza inglese dell’ultimo marito di Suu Kyi e il fatto che i figli possiedono passaporti britannici. Tuttavia, rimane in suo potere la scelta della persona che potrà ricoprire la più alta carica di stato.

Agli occhi degli elettori occidentali potrebbe risultare molto strano un tale fatto. Bisogna però ricordare che stiamo parlando di una nazione governata dall’impero britannico fin dal 1886 (dopo più di 60 anni di guerre anglo-birmane) e che ha ottenuto l’indipendenza solo nel 1948. Hanno poi fatto seguito dittature, rivolte e governi militari. In particolare, quest’ultimi hanno posto un veto per ogni proposta di cambiamento costituzionale, dimostrando il grande potere che ancora detengono nelle loro mani.

Quello birmano è pur sempre da considerare un sistema che si pone fortemente a favore dei militari, i quali hanno il potere di nominare un quarto di tutti i legislatori nelle due case del parlamento. Rimane comunque notevole la ferma volontà di Myanmar di dirigersi verso una vera democrazia.

Intanto il partito di Thein Sein, ora al comando, ha promesso che il risultato del voto verrà rispettato. Un altro passo in avanti da parte di questo governo, il quale dal 2011 ha inaugurato importanti cambiamenti che hanno aiutato a ridurre l’isoamento internazionale del paese, con un agevolamento delle sanzioni internazionali e un’introduzione degli investimmenti stranieri.

Tuttavia, i gruppi di difesa dei diritti umani hanno spesso denunciato arresti motivati da ragioni politiche, così come discriminazioni contro minoranze musulmane (esempio ne è l’apolide popolazione Rohingya), e irregolarità avvenute prima del voto, frodi e intimidazioni.

Qualcuno forse ricorderà che, alle ultime elezioni avvenute nel 1990, si vociferava che il partito di Suu Kyi fosse il vincitore. Ma i militari al governo hanno annullato i risultati e arrestato la leader e molti altri appartenenti al gruppo.

Spendendo la maggior parte degli ultimi vent’anni agli arresti domiciliari, Suu Kyi è diventata un simbolo di democrazia riconosciuto a livello internazionale, oltre che la figura politica più popolare del paese.

Quale sarà il futuro di Myanmar?

Per il momento, i legislatori daranno inizio al complesso processo per la scelta del Presidente, dal momento in cui l’annuncio del voto parlamentare è stato reso ufficiale.

Le elezioni di domenica rappresentano un grande passo in avanti per lo stato birmano. Ma bisogna rimanere con i piedi per terra e rendersi conto che ogni minimo avvenimento sarà decisivo per il futuro di Myanmar.

Fonte principale: Faith Karimi, CNN 

Photo by Ikunl, freedigitalphotos.net

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