Back

21° secolo Cyberpunk: la città sociale.

ghost-in-the-shellContinua da alla ricerca di una identità.

La città è il cuore pulsante della cultura cyberpunk, rappresentazione viva e vivace della globalizzazione culturale e stratificazione sociale dell’immaginato futuro. Le avventure dei libri di Gibson, si svolgono nello Sprawl, i bassifondi di un’area metropolitana lunga migliaia di km che si estende da Boston ad Atlanta.

Non meno colorate sono le rappresentazioni visuali nei due film presi in esame Ghost in the Shell e Blade Runner. Ancor più che nei rispettivi manga/libro da cui sono tratti, la città prende vita e importanza in animazione e davanti alla macchina da presa. L’impatto visivo e significativo che Mamoru Oshi e Ridley Scott riescono a consegnare agli sfondi delle loro scene è fondamentale e funzionale alla storia.

I grattacieli di Newport Town che svettano emergendo dalle acque, sono spettatori come giudici inflessibili delle vicende umane, della stupenda scena di combattimento del primo terrorista ghost-hacked che viene spettacolarmente sconquassato dall’Aikido di un invisibile e invincibile avversario. Qualche minuto dopo, a metà esatta di di un film registicamente perfetto che condensa infiniti contenuti in 77 minuti, Oshi si concede il tempo di sospendere il tempo. Tipicamente nella filmografia orientale, luoghi e ambientazioni hanno una rilevanza più sceno-grafica rispetto che in occidente, che segue una cultura più orientata all’azione (la parola “dramma” significa proprio “azione”). Questa scena si astrae dal tempo per esplorare lo spazio, e lo spazio della cultura cyberpunk, assieme a immagini metaforicamente legate a Motoko e il suo viaggio verso la consapevolezza, mostra una città tecnologica ed estremamente multietnica. Scritte in Cinese si accavallano a Giapponesi e Inglesi, e nei bassifondi di un canale pieno di rottami si affacciano le vetrate di uffici e negozi di moda ed elettronica.

4078124030_803f58907d_b

Hong Kong o Cyberpunk?

Quella di Newport Town praticamente è una rappresentazione di Hong Kong, così come lo è la rappresentazione di Los Angeles in Blade Runner. Ridley Scott la inquadra originalmente pescando dalla letteratura cyberpunk distanziandosi da “Gli Androidi Sognano Pecore Elettriche?” in cui i replicanti cercavano la propria identità in una società regredita a uno stadio quasi rurale, piagata da tempeste di sabbia e cataclismi. Scott ci mostra invece una metropoli indaffarata nello sfondo, che è sempre vivo e brulicante di attività, fino spesso a sconfinare nel frame e spezzare l’azione con piccoli momenti di stile più orientale, testimoniando nello stesso stile di regia il melieu culturale oriente-occidente che vuole rappresentare.

La letteratura Cyberpunk, e i casi che la rappresentano sul grande schermo in modo magistrale, è intrisa del concetto urbanistico di città moderna. Le città non sono semplicemente luoghi e ambienti che svolgono da circondario a vincende umane, ma al contrario sono parte attiva in queste. Le città sono dagli uomini plasmate crescendo rispecchiando esigenze e scelte, e a loro volta influiscono sul comportamento e intraprendenza dei cittadini. Esse, contribuendo attivamente alla vita degli abitanti, hanno un proprio carattere e tratti distintivi e possono venire personificate e associate a comportamenti tipicamente umani.

nyc-times-square-crowded

Formicaio urbano a New York

Le città in questi due film com-patiscono il dramma dei protagonisti, come loro sono alla ricerca di una identità impossibile da definire fra le diverse pulsioni che le spingono. Il parallelismo con Hong-Kong non è solo stilistico: la città Cinese reduce da un dominio Inglese durato 99 anni incarna il miglior esempio di integrazione post-coloniale e viene non a caso definita eterotopia_._ Ovvero non può semplicemente adottare _in toto_ la cultura dell’invasore estraniandosi dalle sue origini, ma neanche tornare alle condizioni precedenti all’occupazione che non rispiecchierebbero la condizione e stratificazione attuale, determinando quindi una varietà etnica e culturale che rappresenta un luogo in tensione fra oriente e occidente, ricchezza e frugalità, alta tecnologia e tradizione.

Fra l’altro proprio nello stato di Hong Kong vi era la città murata di Coulun, una cittadina pazzesca che casualmente era arrivata a incarnare la rappresentazione dello Sprawl di Gibson: cresciuta praticamente illegalmente che ospitava entro stretti confini decine di migliaia di persone. Per questo era stratificata su diversi piani di cui in quello terreno necessitava perennemente l’illuminazione artificiale, dato che il cielo era nascosto dai piani alti.

Questi diventano il luogo fisico di una distinzione sociale che si fa quasi antropologica, una casta agiata generalmente caucasica (o giapponese) dotata di mezzi e informazione, che si può permettere il lusso di uno spazio vitale adeguato, e un brulicante sottobosco multiculturale sovrapopolato.

Questo aspetto di integrazione culturale e lotta di classe/etnia non è completamente nuovo, ha anche solleticato la curiosità di autori ben precedenti al cyberpunk e alla fantascienza, che ragionavano sulle conseguenze dell’impero britannico nella cultura dell’oriente coloniale. Kipling e George Orwell campeggiarono per anni fra opinioni opposte della sotto-corrente definita orientalismo (non a caso fu un attivista politico e cittadino coloniale come Orwell, a descrivere come sarebbe il mondo se tali differenze culturali si annichilissero nel totalitarismo in 1984). Ma nel caso del Cyberpunk l’arma retorica dell’ipotesi fantascientifica, unita alle moderne considerazioni sulla natura umana, sociale e di sviluppo tecnologico, declinano l’idea di meltin’ pot in un futuro plausibile e organico piuttosto che in un fenomeno prevalentemente culturale.

È quindi chiara la profetica intensità della letteratura e cultura Cyberpunk, non tanto nel realismo fantascientifico della descrizione tecnologica (anche se, pure in tal senso, la descrizione che Gibson fa di internet e prostetica è decisamente avveneristica) ma nella profonda critica sociale che prevede e discute i principali problemi relativi al 21° secolo.

Lo sbarellamento dei valori tradizionali e identità nazionali, è una conseguenza di flussi migratori e globalizzazione che fa da specchio alla trasfigurazione delle tradizioni e delle identità personali. Come le città Cyberpunk, e come Hong-Kong, oggi molte città e nazioni sentono questa tensione fra culture, e iniziano il primo passo verso l’integrazione di due o più realtà apparentemente irriconciliabili.

Ne consegue una spinta in contrapposizione a questi meccanismi, guidati da flussi migratori e il riflesso di innovazioni tecnologiche, che purtroppo si declina in populismi che pescano dall’ancestrale paura del “diverso”, con ciò che consegue in termini di emarginazione e razzismo. Questa è rappresentata dai vari movimenti conservatori, che rifiutano sia di considerare aperture sul piano dell’identificazione personale che sul piano dell’identificazione sociale. Se c’è una lezione che la cultura cyberpunk concede è che se il permissivismo a fronte di stravolgimenti di questa portata rischia di creare situazioni spiacevoli, è il rifiuto indiscriminato che conduce la società a una divisione e porta alla sua stratificazione con le conseguenze più drammatiche. Il futuro non può e non deve essere rifiutato, ma guidato, in caso contrario rischia di entrare dalla porta di servizio, incontrollato e incontrollabile.

Comments

Comment by chiara vignati on 2016-02-06 18:52:42 +0000

“Kipling e George Orwell campeggiarono per anni fra opinioni opposte della sotto-corrente definita orientalismo (non a caso fu un attivista politico e cittadino coloniale come Orwell, a descrivere come sarebbe il mondo se tali differenze culturali si annichilissero nel totalitarismo in 1984). "

A me sembra un pochino forzato il paragone fra Orientalismo-cyberpunk-1984. E' vero che l’Orientalismo studia quali sono le conseguenze (sociali, letterarie e filosofiche) delle colonie nel mondo orientale, ma è soprattutto una visione del mondo orientale nel suo insieme, più che un’analisi di un annullamento di colonia-coloni-colonizzati. Inoltre, 1984 lo vedo molto distanziato da quelli che sono altri studi orientalisti di Orwell, per quanto una morale di lotta all’oppressore sia sempre alla base delle sue opere.

Mi è però piaciuto molto l’articolo. Questo incontro di culture, visioni e l’annullamento dell’identità (o meglio la ricerca di essa) che si rispecchia sulla città.

PS Non dimentichiamo la moda anni ‘80 che pervade il grande schermo, quando si parla di questa corrente letteraria (cinematografica) 😛

Comment by Andrea Idini on 2016-02-07 11:50:30 +0000

Beh appunto l’annullamento dell’identità non è una conseguenza delle colonie, ma una sua possibile sfumatura/risoluzione. 1984 lo vedo come una risoluzione estrema di tutti i conflitti che Orwell ha vissuto in prima persona, sia a sfondo razziale che politico, con una vittoria annullante del totalitarismo, non credo sia casuale che proprio lui ha descritto quello specifico mondo distopico.

Di converso appunto l’orientalismo esplora i rapporti fra coloni e colonizzati, a volte ritraendoli come alieni fra i coloni (tipo Shooting an Elephant), a volte come integrati, e volte come salvatori (molto in Kipling).

Nel cyberpunk il meltin’ pot è a volte conseguenza della colonizzazione (nei precursori prima di Dick specialmente, e.g. Vonnegut, quando l’identità imperiale inglese era ancora forte), più spesso di fenomeni migratori (specialmente con gli autori americani, come lo stesso Dick, che iniziano a subire una forte immigrazione dall’America latina e dal Giappone), ma comunque si analizzano i rapporti di un mondo post-immigrazione in cui le etnie sono oramai integrate da generazioni, in cui le identità nazionali a causa di questo sono confuse, ma nonostante tutto sono spesso vittima comunque di segregazione e disuguaglianze.

A volte sequenze della “trilogia dello Sprawl” di Gibson sono ben riaffacciabili a opere come “shooting an Elephant” in cui il cacciatore si muove verso un obiettivo fondamentalmente innocente in un ambiente alieno che vive l’episodio con un mix di indifferenza e attesa…

Oltretutto il parallelismo è meno peregrino di quanto possa sembrare: il Cyberpunk in genere subisce una fascinazione con l’oriente, anche se è un oriente diverso, in un certo senso opposto, da quello di Orwell e Kipling. In quest’ultimo gli orientali sono generalmente i selvaggi inermi. Il cyberpunk al contrario è popolato da cinesi e giapponesi che detengono un grande potere finanziario e tecnologico. In quel mondo le istituzioni commerciali di maggior successo sono le zaibatsu, le multinazionali giapponesi a gestione verticistica, al punto che anche le istituzioni occidentali hanno adottato lo stesso modello e configurazione. Ovviamente questo ha origini opposte rispetto al colonialismo, ed è un modo per esorcizzare letterariamente la paura della supremazia tecnologica che il giappone stava iniziando ad ottenere negli anni ‘80, configurando anche la Cina come emergente potenza industriale a causa della spaventosa disponibilità di forza lavoro.

Però in un certo senso i meccanismi di fascinazione letteraria e di scambio fra culture rimangono simili con quella letteratura di inizio secolo, non a caso il Cyberpunk stesso viene spesso definito “Orientalismo post-moderno”.

Per commenti, scrivimi ad andrea (punto) idini (at) gmail (punto) com. Static web, no cookies collected.