Le formule fisiche sono un affare complicato. Anche quelle sempliciotte, facili facili, alle volte sembrano buttate lì come a commento di un discorso che sta in piedi da solo (oppure senza alcun discorso, come deus ex solviproblemi), postille da imparare a memoria come date di noiose battaglie slavate nella memoria dei libri polverosi; a volte sono così banali che le si affronta con sufficienza, a volte così difficili che le si legge con malcelata indifferenza.
Invece l’applicazione della matematica è un’arma potentissima nella comprensione dei meccanismi naturali, e sebbene il suo uso sconsiderato rischia di far sprofondare il senso di ciò che si fa dietro ad un volutamente sterile formalismo, dentro quello stesso formalismo è spesso scritto in modo meravigliosamente compatto l’essenza fisica che controlla processi universali.
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- Ce l’ho, l’abbiamo visto!
Gridava agitato percorrendo angusti corridori con una euforia incredibile e inusuale, soprattutto per lui, che era un tipo così tranquillo.
- Ce l’ho! – si rivolgeva, quasi urlando, ad un collega sventolandogli un appunto sotto il naso. L’amico allampanato, assonnato, senza aggiungere una parola prese in mano il foglio e iniziò a leggere. Mano a mano che scorreva le righe la sorpresa si dipingeva sul suo volto e la fatica di una vita veniva ripagata: non c’era alcun dubbio, l’avevano trovato.
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Milano, Palazzo Reale. Oppure tempo fa, su un pianeta lontano
- Questo è un discorso di epistemologia spiccia, di quelli da Bar di Fisica negli oziosi pomeriggi post esame- disse il professore agli studenti sorseggiando un the alla rosa canina, di gran moda ai tempi. Egli era notoriamente eccentrico. Il suo originale punto di vista gli era valso le simpatie degli studenti e le (poche) glorie accademiche, specialmente nel campo della storia e filosofia della Scienza. Tuttavia i colleghi generalmente lo trattavano con indifferenza considerandolo troppo dedito a quelle piccolezze da potersi dedicare alla “Vera Scienza”, macinando numeri davanti a un calcolatore.
- Tempo fa, su un pianeta lontano, vi era un popolo molto ingegnoso di lumachine che non erano dotate del senso della vista. Anzi, a dir la verità non erano dotate di nessuno dei nostri sensi fatta eccezione per uno straordinariamente accurato senso del gusto. Strisciando sul loro stomaco sondavano il terreno circostante in cerca di sapori corrispondenti ad altri individui o a cibo; nella loro società la bellezza era conseguenza di sapori, così come la comunicazione veicolata tramite secrezioni.
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